venerdì 10 aprile 2015

Paolo Del Genio, Carlo Alvino e la setta del torchio.


In età adolescenziale, quando l'io ha i suoi primi approcci con il mondo esterno, non di rado gli uomini tendono a mitizzare personaggi ed eventi della realtà proiettando su quelli le proprie paure e speranze, non avendo ancora maturato una capacità analitica che sarà protagonista in un'età più matura. Non a caso gli psicologi paragonano la psiche dell'individuo giovane a quella collettiva delle società primitive nelle quali gli uomini sono completamente orientati ad interpretare il mondo con miti e spiriti. Si tratta, in sostanza, di un processo di idealizzazione che rientra in un più generale processo di crescita di un uomo. Ma quando questo fenomeno vede coinvolti due giornalisti, come Paolo Del Genio e Carlo Alvino, la cui età si approssima ai sessant'anni, più che di un processo di crescita, è lecito parlare di “fase di rincoglionimento”! ….e una cosa del genere non è da prendere sotto gamba a maggior ragione se, come in questo caso, tali vittime di disorientamento parlano in televisione arrivando a contagiare altri individui, perché pur sempre di una “malattia” si tratta!
E' evidente la mia allusione alla mitizzazione che i due autoproclamatisi giornalisti-tifosi hanno fatto dell'allenatore Benitez; una mitizzazione che ha raggiunto livelli così parossistici da indurli a dividere il mondo umano in due categorie fondamentali: i “rafaeliti” e gli “antirafaeliti”, una sorta di versione contemporanea e banalizzata della contrapposizione tra guelfi e ghibellini. E non si può sperare di sfuggire a tale categorizzazione; volente o nolente, bisogna scegliere da quale parte stare, perché se anche non lo facessimo noi, lo farebbero loro (ovvero, il mondo, il loro mondo) per noi. A parte che anche quella figura di “giornalista-tifoso”, da loro ideata ed idealizzata, già di per sé rappresenta un qualcosa di mitico, assimilabile a quelle figure mitologiche composte di due creature apparentemente inconciliabili, il loro approccio al mondo del calcio è paragonabile a quello dei sacerdoti di una fede religiosa arcaica che, come tale, è composta di un “dio”, di “comandamenti” e di un “linguaggio profetico”. Non manca neanche, a proposito di quest'ultimo, una profezia apocalittica legata all'eventuale allontanamento degli uomini dalla retta via segnata dal loro signore. Paolo Del Genio e Carlo Alvino, come ogni religioso fondamentalista che si rispetti, vedono il mondo come in una continua tensione tra due estremi, tra coloro che credono in Benitez e coloro che lo disprezzano, tra quelli che amano davvero il Napoli e quelli che sperano in una distruzione totale, insomma, tra fedeli ed infedeli. Anche io non sfuggirò a tale contrapposizione, venendo relegato certamente tra quelli che non vogliono il bene degli azzurri. Non esiste una possibile sfumatura in questo mondo in cui o è tutto bianco o tutto nero; ogni colore viene immediatamente assorbito da questi due contrapposti centri di gravità assoluta; si vive in una perpetua tensione dialettica, in un perenne campo di battaglia, fino ad arrivare allo sfinimento delle forze. Come in ogni religione primitiva, tutto deve essere sacrificato al dio; nulla sfugge a questo centro motore, nulla vi si può contrapporre. Ecco, dunque, spiegata quella reiterata contrapposizione di Paolo Del Genio a Marek Hamsik, del quale, a fine Dicembre, chiese il sacrificio di mercato con una sua cessione già a Gennaio. Nessuna giustificazione può essere plausibile per il cattivo rendimento del nostro capitano, né tattica né umana; si parte dal presupposto-pregiudizio che lo slovacco non abbia saputo abbracciare la nuova fede e, come eretico, deve essere cacciato. Non esiste, nella mente di questi adepti, l'attaccamento alla squadra ed alla città che ha sempre mostrato Hamsik, non esistono i suoi tanti gol ed assist, non esiste nulla di tutto questo perché davanti alle idealizzazioni del reale, non esiste più il passato, non esiste più il tempo!
Recentemente Carlo Alvino, in uno sforzo di laicità, ha parlato della necessità di mantenere Benitez come allenatore per il suo essere cosmopolita, per la sua capacità di contribuire a sprovincializzare la nostra Napoli. Non ho nulla da eccepire sulla necessità di rinnovamento culturale della capitale del sud, ma, in panchina, desidererei un cosmopolita che fosse anche in grado di accorgersi del provincialissimo spostamento di un Felipe Anderson da sinistra verso destra e che prendesse i relativi accorgimenti tattici. Noi abbiamo chiamato Benitez a fare il tecnico della nostra squadra di calcio e non a dirigere l'assessorato alla cultura o, addirittura, a fare il sindaco! 
I nostri due sacerdoti hanno cercato, in questi mesi, di trovare le più grottesche giustificazioni alle manchevolezze tecniche del nostro allenatore. Paolo Del Genio è arrivato a sostenere, in un farneticante crescendo di esegesi rafaelitica, le più disparate e disperate idee circa gli scarsi risultati della squadra: dall'idea che il Napoli sia composto da calciatori di medio-basso livello (a parte Higuain), all'idea che lo stesso Higuain sia inferiore a Tevez; dalla mancanza degli “specialisti”(?!), ad un deficit di personalità; dal concetto che un “centrocampo a due” sia sostanzialmente lo stesso di un “centrocampo a tre”(!), all'influenza negativa che un ambiente ostile avrebbe determinato sul lavoro sempre ineccepibile di Benitez. E potrei continuare per ore fino a creare un autentico catalogo di scuse. Mai il sospetto che il nostro allenatore avesse potuto gestire non bene qualche situazione, anche quelle più prosaicamente tattiche durante una partita, arrivando ad escludere la sussistenza stessa della necessità degli interventi tattici durante una partita(!). Paolo Del Genio è arrivato, insomma, a negare il calcio nella sua essenza – quella tattica -, arrivando a negare anche se stesso, considerato che egli è stato sempre un tattico. Un sacrificio totale, della mente e del corpo, della dignità di giornalista e dell'orgoglio di uomo! …...la negazione del proprio “io”, ovvero, la sua completa proiezione in un altro!
Ma i processi di mitizzazione, frutto di una immaturità individuale e non dell'intera umanità (primitiva), sono solo apparentemente religiosi, solo dialetticamente indissolubili. In realtà, come ben sapeva Giulio Cesare, che sentiva più onore nell'avversione di in un nemico che nell'adorazione di un amico, queste idealizzazioni svaniscono con la stessa repentinità con le quali sono nate e, ben presto, i fedeli Paolo Del Genio e Carlo Alvino, come già fecero con Mazzarri, si sveglieranno da questo sonno della propria ragione infantile ed abbandoneranno vergognosamente ed impudentemente Benitez con tanta di quella superficialità da essere in netta antitesi con quel profondo atteggiamento di rispetto, che avremo noi, per l'onore e le qualità dell'allenatore spagnolo. Perché, se proprio vogliamo vedere il mondo diviso in due tendenze contrastanti, è quella tra spiritualmente maturi ed immaturi la vera differenza, il vero contrasto, e non quella fondamentalista, tra fedeli ed infedeli, dei finti religiosi. D'altra parte, proprio Del Genio ed Alvino, in un sussulto di ingenua sincerità, affermano che quello che per loro conta è solo la maglia e non gli uomini, dimenticando, anche in questo caso - e mostrando ancora una volta la loro immaturità mitizzante -, che sono proprio gli uomini a fare la storia (anche del Napoli) e non la “mitica” maglietta!
Benitez, dunque, sarà accoltellato proprio dai suoi attuali “amici” così come accadde a Gulio Cesare.
Bisogna sempre ricordarsi che la mitizzazione di un individuo non rappresenta affatto un atto d'amore e di stima verso di lui, ma solo la ingenua proiezione del proprio “io”. Si tratta, contrariamente a quello che si crede, di un processo di svuotamento di se stessi e dell'altro che si tende a mitizzare, in un circolo vizioso di mancanza di rispetto verso se stessi e colui che si dice di amare.
Un giorno, quando le acque si saranno calmate e la luce accecante del tifo perverso avrà fatto posto alla discreta luce della ragione, gli uomini come me guarderanno Benitez con ammirazione e rispetto e lo ringrazieranno per la sua classe e la sua dignità, per il suo essere uomo, soltanto e meravigliosamente un uomo, e non un finto dio!

Giuseppe Albano


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