mercoledì 15 aprile 2015

Il professor Trombetti e le sue opinioni sulla matematica e sul Napoli


Provo un tale disprezzo per i baroni universitari napoletani da non resistere alla tentazione di attaccarne uno quando mi si presenta l'occasione per farlo.
Non sopporto quella oligarchia baronale che avviluppa, come una densa e tetra nebbia da racconto gotico, ogni struttura pubblica italiana; dall'università alla ricerca, dai partiti ai sindacati, dalle case librarie ai giornali, dagli istituti di credito alle agenzie delle tasse. In maniera sintetica, non sopporto quella matrice corporativistica che caratterizza il nostro paese come una realtà ancora medievale.
Nel caso del professor Trombetti, poi, mi si presenta un uomo il cui cognome istiga facilmente all'ironia evocando quella mitica scena del vagone letto in cui Totò tortura dialetticamente il quasi omonimo onorevole.
L'ex magnifico rettore della Federico II – “magnifico” non perché abbia fatto cose improntate alla magnificenza, ma solo perché, in Italia, è d'uso definire un uomo che occupi una poltrona importante come “magnifico”, “illustrissimo”, “eccellente” e così via, quasi a voler compensare verbalmente l'inutilità del suo ruolo o le scemenze del suo operato -, ieri sera, nella popolare trasmissione dedicata al Napoli, Number Two, ha attaccato Benitez e De Laurentiis, ricordando, al primo, che non si deve permettere di far notare che il Napoli non vince qualcosa di importante da decenni (anche perché noi saremmo abituati a vincere) e, al secondo, che ci vogliono i calciatori per farlo. Ma a parte queste “articolate” e “profonde” disamine sul momento storico del calcio Napoli, il culmine della sua sapienza se lo è riservato per una questione che rientra nel suo specifico campo d'applicazione, la matematica, quando ha accennato ad un “lavoro statistico” secondo il quale le squadre favorite in un incontro vincono solo il 20% delle volte. Di quest'ultima “magnifica” teoria scientifica e delle sue sentenze su allenatore e presidente mi occuperò tra poco, adesso mi voglio soffermare sulla magnificenza dell'eloquio dell'ex magnifico.
Io, sinceramente, non riesco a concepire come un ex rettore di una università non sappia articolare un ragionamento che vada oltre delle semplici, quanto banali, frasi fatte (e da bar), come quelle ricordate prima. Trovo grottesco che dalla “magnifica” bocca di questo docente di matematica non fuoriescano frasi che siano un po' più lunghe di quelle composte da soggetto, verbo e predicato. Non si può neanche parlare di una propensione al discorrere aforistico, perché un aforisma ha bisogno comunque di un numero di parole superiore al trittico usato dal professor Trombetti, per non soffermarci sul fatto che debba essere improntato ad una notevole profondità di significato. Quì, invece, siamo di fronte alla ovvietà più ovvia a cui si possa pensare, ad un banalissimo sentenziare da tifosotti da strada. E non varrebbe neanche l'obiezione che i suoi colleghi baronali potrebbero fare attribuendo quella estrema sintesi al fatto che il nostro sia abituato, come matematico, alle formule matematiche, in quanto queste ultime, pur nel loro essere spartane, sono molto significanti.
Passo, ora, alla magnificenza del contenuto dei ragionamenti del nostro ex magnifico.
Egli (il magnifico) contesta a Benitez e a De Laurentiis il fatto che ricordino che sia passato molto tempo dall'ultima volta in cui il Napoli riuscì a portare a casa qualcosa di veramente importante, giustificando in tal modo l'attesa che essi chiedono ai tifosi per una nuova eventuale vittoria di prestigio. Non è che il professor Trombetti neghi questa evidenza, egli nega la sua importanza, ponendola come irrilevante rispetto al dato in sé delle vittorie, in una visione quasi atemporale del calcio.
Più che un matematico, Trombetti appare dunque come un filosofo. Egli sembra, più specificamente, un seguace di Parmenide, il primo metafisico della storia umana, per il quale esisteva solo l'essere nella sua immobilità ed eternità, mentre il mutamento degli eventi che gli uomini credono di percepire, di scandire con il tempo e collocare nello spazio, non è che una mera illusione dei sensi. Soffermandoci sull'immobilismo del suo operare nei vari ruoli che gli sono stati assegnati e sul suo eterno apparire nelle istituzioni pubbliche napoletane, il professor Trombetti sembra, effettivamente, avvalorare questa mia impressione. L'unico mutamento che si può percepire in questo suo eterno esserci è quello dello spostamento da una carica all'altra, in una sorta di eterno collocamento, un'eterna oscillazione tra un momentaneo muoversi da una poltrona all'altra ed un ritorno all'assoluto immobilismo una volta occupato il posto. E' l'unica deroga al Parmenidismo che egli si conceda, nell'ottica che un seguace deve pur distinguersi in qualcosa dal maestro.
Passiamo, adesso, alla perla della serata, il momento in cui il filosofo-matematico ha citato, allo scopo di rendere meno preoccupante la nostra attesa per la partita contro il Wolfsburg, un “lavoro statistico” secondo il quale solo il 20% delle partite si conclude con la vittoria delle squadre favorite. Partendo da questo “presupposto” egli ha – più filosoficamente che matematicamente, ad onor del vero – suggestivamente esclamato che nel calcio chiunque possa vincere, che è una illusione pensare il contrario. Riecco il seguace di Parmenide e la sua visione dell'eterno indifferenziato!
Secondo questo “lavoro statistico”, che faccio fatica a definire come statistico, per il quale stento a credere che sia stato profuso del lavoro e che affronterò in maniera più seria e scientifica in un appendice* che troverete a fine articolo, la Juventus, ad esempio, non avrebbe mai potuto vincere lo scudetto quest'anno, per la gioia di noi antijuventini. Ma la realtà, che è molto meno immobile dell'intelletto filosofico del professor Trombetti, ci dice tutt'altro e ci lascia quell'amaro in bocca, tipico di chi si illude, come noi, che i sensi, come il gusto, abbiano un valore!
Ma addentriamoci, noi illusi, nella particolarità degli eventi, facciamo finta che essi esistano veramente a dispetto dell'eterno immobile.
Se la Juventus, che ovviamente era ed è favorita nella totalità degli incontri di questo campionato, avesse avuto la meglio finora e continuasse a farlo solo nel 20% degli stessi, a fine campionato non starebbe in testa alla classifica e non entrerebbe neanche in Europa League. Essendo, infatti, 38 le partite di serie A e ammontando a 7,6 il 20% di queste, la Juventus, a fine campionato, avrebbe potuto conseguire solo 8 vittorie circa! …..ecco casa succede quando la matematica diventa un'opinione o, meglio, quando si ha una determinata opinione della matematica!

Giuseppe Albano


*Appendice matematco-statistica sul lavoro menzionato dal professor Trombetti.

Evidentemente, nel lavoro statistico citato dal professor Trombetti secondo cui solo il 20% delle volte, in un incontro di calcio, risulta vittoriosa la squadra favorita dal pronostico, sono state prese in esame non solo quelle partite in cui vi è un effettivo e conclamato favorito, ma anche quelle nelle quali, a dispetto di un sostanziale ed evidente equilibrio, si propende, comunque, per una delle due squadre. Chiunque sia abituato a scommettere sulle partite di calcio sa bene che le quote relative alle squadre favorite dal pronostico oscillano da un rassicurante 1,10 circa ad un preoccupante 2,40 circa.
Per fare un esempio, non solo una partita come Juventus-Empoli ha un favorito ma anche una come Chievo-Cesena, sebbene, nella prima il pronostico abbia una percentuale di realizzazione vicino all'80%, se non oltre, e la seconda solo intono al 35% circa, determinata quest'ultima dal fatto che ci sono percentuali simili di probabilità anche per la vittoria della squadra sfavorita e per il pareggio, sommando le quali si arriva al 65% circa.
In sostanza, è inevitabile che la percentuale di vittoria delle squadre favorite negli incontri di calcio scenda a livelli paradossalmente bassi, come il 20%, se nel “calderone” dello studio statistico si immettono tutti i dati possibili senza un adeguato criterio discriminante.
Questo tipo di studio statistico, in definitiva, è tautologico, intendendosi per tautologia una tesi i cui risultati sono già insiti nelle premesse. Mi si potrebbe obiettare che la statistica, in quanto fotografia della realtà, non potrebbe, con questo mio ragionamento, non essere considerata una tautologia nel suo complesso, ma è altresì vero che uno studio statistico fatto secondo criteri appropriati può mettere in evidenza intrecci ad un primo sguardo difficili da individuare e rivelatori di leggi conoscendo le quali l'uomo può meglio approcciarsi alla realtà.



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