mercoledì 22 aprile 2015

Su Ibrahimovic e l'essenza del calciatore inutile


Non so quante cose vicine alla verità abbia detto Arrigo Sacchi nella sua vita - anche se quel suo continuo reiterare gli stessi pensieri, come l'ormai proverbiale "una squadra di calcio è come un'orchestra", mi fa sospettare che sarebbe alquanto semplice stilarne un elenco -, di certo una l'ha azzeccata con una precisione quasi inarrivabile: Ibrahimovic è solo un solista e, come tale, è deleterio per il gioco di una squadra.
Per l'ennesima volta, superando di gran lunga i tre indizi che, secondo un famoso detto, farebbero una prova, Ibrahimovic ha fallito l'appuntamento con una vittoria di prestigio internazionale, sebbene anche in questa stagione militasse in un club dalle potenzialità smisurate. Se un calciatore definito quasi all'unanimità un fuoriclasse assoluto non è riuscito, nella quasi totalità della sua carriera, non solo a vincere una competizione davvero importante ma neanche ad avvicinarsi ad essa, vuol dire che l'attribuzione di quell'etichetta di campione denota una scarsa comprensione del gioco del calcio, da parte dei suoi estimatori, pari a quella che lo svedese manifesta sul campo.
La verità è che l'idea di Ibrahimovic come fuoriclasse assoluto è figlia di un equivoco grossolano che, suo malgrado, ha coinvolto - e coinvolge ancora - anche il più grande di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. Un equivoco che nasce dalla suggestione derivante da una cattiva visione poetica, di matrice decadente, che vede il singolo come in perpetua contrapposizione con il resto del mondo. Un errore che è opposto a quell'altro, di matrice idealistica e sacchiana, che vede il tutto, inesorabilmente, al di sopra dell'individuo, ridotto ad un mero strumento. La verità, figlia di un giusto approccio poetico, è che il singolo deve esaltarsi inducendo all'esaltazione del tutto. Si tende, infatti, impropriamente e grossolanamente, quando si tratta di attaccanti, ad identificare il calcio con la sola tecnica, decontestualizzando i gesti di una certa proprietà di palleggio dal corso della partita. Questo è errato così come lo sarebbe il fatto di isolare un'impresa di Napoleone dalla progettualità storica e politica che il grande generale intendeva dare alla nuova Europa. In quest'ultimo senso, Ibrahimmvic rappresenta l'antitesi di Maradona, l'opposto di una progettualità di squadra e di vittoria.
Maradona, che non a caso, nel corso della sua carriera, pur essendo dotato di una tecnica inarrivabile, si è cimentato raramente in una rabona, ha realizzato sforbiciate che si possono contare sulle dita di una mano - e così si può dire per altri virtuosismi -, aveva la capacità di mettere le proprie qualità al servizio della squadra, rendendole parti di un tutto che doveva divenire in maniera universale ed armoniosa. Ibrahimovic, al contrario, è in continuo contrasto con i suoi compagni di gioco, con ai quali si trova in un rapporto di disarmonia. Persino l'atteggiamento umano dei due calciatori appena citati, rispetto ai propri compagni di squadra, testimonia di quell'antitetico approccio agli eventi calcistici: in perfetta armonia, quello di Maradona, in perversa dissonanza, quello di Ibrahimovic.
Maradona, sul campo di calcio, aveva la capacità "virale" di diffondere la propria forza ai suoi compagni, potenziandone le capacità e infondendo in essi coraggio e fame di gloria, fino a forgiarli, come un dio in terra, nella sua immagine. Ne rappresentano una testimonianza inequivocabile quelle imprese mondiali, nel 1986 e nel 1990, di una nazionale argentina poco più che mediocre. Ibrahimovic, al contrario, assorbe le forza degli altri calciatori nell'avida spugna del suo egoismo perverso, fino a devitalizzarli e renderli delle marionette senza anima. Solo così si spiegano le figuracce europee e mondiali della nazionale svedese non certamente inferiore a quella guidata dall'indio nel millennio scorso.
Non è un caso che, quando era al Barcellona - perfetta sintesi di sana individualità e collettivo -, tutte le volte che Ibrahimovic era in campo, un calciatore fantastico come Leo Messi non riuscisse a manifestare tutta la sua bravura, al punto che Pep Guardiola era costretto a relegare lo svedese in panchina. Non è assolutamente un caso che proprio in quella stagione, il Barcellona non vinse la Champions League in favore dell'Inter di Mourinho che si era sbarazzata di Ibrahimovic proprio l'anno prima.
Già conosco l'obiezione a quanto finora da me sostenuto, ovvero, che Ibrahimovic ha vinto il campionato nazionale in tutte le squadre in cui ha militato. Ma se osserviamo da vicino questi presunti trionfi ci accorgiamo di quanto siano stati "ineluttabili" ed indipendenti dall'apporto dello svedese. Quelle vittorie, infatti, hanno rappresentato l'inevitabile conseguenza di un gap enorme tra le squadre che primeggiavano e le loro avversarie. A parte l'ineluttabilità di vincere con la Juventus di Moggi - una ineluttabilità sentenziata persino dai tribunali! -, non vedo come avrebbe potuto non vincere l'Inter di Mourinho in assenza della stessa Juventus, o il PSG degli arabi! ....per una squadra che abbia valori tecnici nettamente superiori a quelli delle sue avversarie è facile vincere anche avendo in sé qualcosa di sbagliato. Anzi, quell'egoismo perverso, che è tanto deleterio e controproducente negli appuntamenti con la storia e la gloria, può persino essere vantaggioso nella routine della "cronaca" settimanale.

*Se qualche amico di Luciano Moggi, che tanto esalta Ibrahimovic per averlo portato alla Juventus, dovesse passare per il mio blog e, in particolare, per questo articolo, gli faccia presente questa mia "apologia" di Ibrahimovic. Tanto, Moggi, non ha niente da fare in questo periodo di radiazione!


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