mercoledì 13 maggio 2015

Cosa ci ha dato Benitez?


Siamo alla vigilia della decisione di Benitez sulla sua eventuale permanenza a Napoli e, considerata la straordinaria importanza che il calcio ha assunto nella nostra quotidianità, non è un azzardo parlare di scelta storica. L'esagerazione in merito a quest'ultima affermazione è giustificata, in parte, dalla notevole statura umana e culturale dello spagnolo in virtù della quale egli ha rappresentato, per noi napoletani, non un semplice allenatore ma una realtà con la quale ci siamo dovuti misurare, ci siamo messi in gioco, abbiamo fatto i conti; un uomo che ci ha posto di fronte alla nostra arretratezza attuale e alle nostre responsabilità, come quando ha saputo cogliere in noi quel senso di autodistruzione che ci caratterizza da tempo ormai immemorabile.
Trovo opportuno, dunque, che si faccia un primo bilancio (che potrebbe essere anche l'ultimo, nel caso lo spagnolo decidesse di andarsene) di questo periodo vissuto insieme.
E come in ogni bilancio bisogna considerare le entrate e le uscite, così, nell'analisi di questa esperienza in comune, è necessario valutare “il dare” e “l'avere”, ciò che lo spagnolo ha saputo donarci e quello che noi abbiamo saputo offrirgli. Ma a differenza dei bilanci aziendali, in cui le entrate e le uscite rappresentano due voci perlopiù indipendenti l'una dall'altra, nel caso delle valutazioni di un rapporto umano, come quello tra noi e Benitez, bisogna considerare che “il dare” dell'uno dipende dalle sue capacità di recepire l'offrirsi dell'altro, cogliendone l'intima umanità. Si tratta, dunque, di passare dal campo non opinabile della matematica a quello interpretativo della psicologia. Per comprendere, in definitiva, quanto Benitez sia stato capace di darci bisogna prendere in considerazione il suo carattere e la sua indole.
Benitez si è approcciato a noi napoletani nello stesso modo con cui si è posto al cospetto del nostro calcio, ovvero, con quell'atteggiamento tipico di colui che ha definito in sé una visione sistematica della vita alla quale il mondo esterno dovrebbe adeguarsi come se quella ne rappresentasse lo sbocco naturale.
Con questo suo palesarsi da semidio o, più prosaicamente, da divo, era inevitabile che si formasse una folta schiera di adepti o, più semplicemente, di fans disposti a strapparsi i capelli davanti alle sue esibizioni. Se sulla massa egli ha sortito lo stesso effetto di una stella del cinema, nell'aristocrazia intellettuale e nel giornalismo, l'apparizione di Benitez ha dato vita a due scuole di pensiero: quella improntata alle sue teorie tattiche e filosofiche e quella nettamente contraria al suo ideale; due scuole che, sommariamente ma efficacemente, sono state definite con le etichette di “rafaelitismo” e “antirafaelitismo”. E non può certo sorprendere il fatto che un uomo che si atteggia a professore abbia determinato la nascita di un certo numero di scuole. Né si deve biasimare Benitez per quelle prerogative che ne delineano la figura, alludendo alla sua visione sistematica e rivoluzionaria della vita, da un lato, e al suo suscitare nel prossimo sentimenti così antitetici come amore e odio, dall'altro. E' insito, infatti, in ogni rivoluzionario il desiderio di tracciare ed imporre un modo inusuale di intendere la vita, così come è inevitabile conseguenza il fatto che tale novità possa suscitare in alcuni quel tipico fascino indotto dall'ignoto e, in altri, un'istintiva avversione per quella stessa circostanza. Ciò che difetta a Benitez, tuttavia - e ciò ha reso alquanto sterile la sua rivoluzione napoletana -, è il fatto che lo spagnolo, a differenza di un autentico rivoluzionario, si ponga, davanti alla realtà che intende far evolvere, come un modello predefinito e in sé concluso. Un autentico rivoluzionario si immerge, invece, nel mondo che vuole cambiare, cercando avidamente di assorbirne le energie e le potenzialità allo scopo di arricchire se stesso e di entrare meglio in sintonia con quello. E' questo senso propriamente umano e sociale che è mancato nell'approcciarsi di Benitez a noi napoletani, facendo sì che la sua “rivoluzione” sia rimasta un astratto disegno tipicamente accademico. Un uomo come Zeman avrebbe da insegnargli molto in tal senso. L'integralista del “4-3-3”, infatti, pur mantenendo fede alla sua scuola di pensiero, ha saputo, grazie anche alla sua natura di boemo, immergersi nella nostra realtà attingendo da essa quegli elementi culturali positivi, come quel contadinesco senso della fatica, che, sebbene potrà sembrare paradossale, ha finito per renderlo simile all'italianissimo Trapattoni.
Benitez, in definitiva, ha cercato di rivoluzionare un mondo rifiutandolo in partenza!
Non a caso anche il suo vivere la quotidianità, nella sua avventura napoletana, è stato improntato a quell'atteggiamento accademico e distaccato. Benitez, infatti, si è aggirato nelle vie di Napoli con quell'unica idea – più freddamente turistica che caldamente umana – di apprezzarne gli elementi monumentali e storici, rifiutando di calarsi nel suo vissuto e nelle sue sfumature spirituali, preferendo trascorrere i suoi giorni campani nel chiuso, quasi ideale, della isolata struttura di Castel Volturno. Ha voluto fare un tutt'uno del suo luogo di studio e della sua casa, quasi a voler rendere simbolico quell'atteggiamento distaccato ed accademico con cui si è posto in relazione alla nostra realtà.
Il viaggio di Benitez nel Golfo, in definitiva, ha rappresentato un'occasione mancata di crescita, per noi come per lui stesso. Avremmo potuto attingere molto da quella sua visione cosmopolitica e aperta, per migliorare la nostra idea di calcio e la nostra vita in generale.
Considerato il suo atteggiarsi da filosofo, mi sembra opportuno sintetizzare la figura dello spagnolo proprio in tal senso. Benitez ha effettivamente qualcosa del filosofo, ma del filosofo della “specie peggiore”, quella metafisica. Più specificamente, Benitez mi ricorda Platone, il quale, dopo aver delineato in se stesso lo “stato ideale”, cominciò a circumnavigare le coste del mediterraneo nella fede di rendere conforme al suo modello, già bello e confezionato, ogni stato che si trovasse in una situazione di grave disagio. Ma quei principi e quei re che lo accoglievano con entusiasmo e si prostravano a lui, lo facevano più per poter legare il proprio nome a quella leggenda vivente che per aderire effettivamente alle sue idee (cosa vi ricorda questa circostanza?!). Ma Platone, al quale di certo non difettava l'intuito, si accorgeva ben presto di quella finzione scenica e se ne andava, ogni volta, rattristato e con la coda tra le gambe.
All'inizio ho accennato al fatto di dover prendere in considerazione anche ciò che noi abbiamo saputo offrire a Benitez. Non me ne ero dimenticato ma, più semplicemente, sapevo di poter risolvere tale “calcolo” in un solo passaggio, data quella natura scontata che abbiamo assunto noi napoletani. Ci siamo “prostituiti” come è nostra abitudine fare da quando perdemmo, insieme, l'autonomia e la dignità; abbiamo offerto a Benitez tutto il nostro corpo, ci siamo dati completamente.
Come direbbe quel personaggio interpretato da Aldo Fabrizi in “Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi”, rivolgendosi al figlio fresco di diploma e che ha appena manifestato l'intenzione di lasciare la famiglia: “la vita è una partita doppia ….è un dare ed un avere …..noi abbiamo dato ….sempre ….e tu …..adesso ….?!
E' proprio una questione di bilancio, dunque, come ho voluto dimostrare in questo mio scritto!

Giuseppe Albano


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