venerdì 22 maggio 2015

Ieri notte, Gianni Ambrosino si è gettato in mare


Ieri sera, o sarebbe meglio dire ieri notte, considerato che l'orologio si approssimava alla fine del suo giornaliero percorso, uno strano individuo è stato avvistato mentre camminava per la storica via Toledo. Ad onor del vero, il termine "camminare" non è quello che meglio rappresenti l'incedere quasi ultraterreno che caratterizzava il passo di quell'uomo. D'altra parte, non c'è stato nulla, nei modi e nel palesarsi che l'hanno visto protagonista, che possa essere riconducibile all'umano. In tutto questo mio breve racconto mi sforzerò di trovare espressioni che in un certo modo possano tradurre in qualcosa di comprensibilmente terreno e avvicinabile alle leggi della natura, ciò che palesemente è andato oltre.

Considerata l'ora tarda, pochissimi uomini hanno potuto essere testimoni dei fatti che sto per rendere noti. C'è da dire che, per eventi del genere, improntati al mistero, un'ora pomeridiana sottrarrebbe ad essi tutto quell'alone di indeterminatezza che li rende così emozionanti ed insoliti, così come la luce del sole rende sbiadita ed insignificante quella più lontana ed insondabile delle stelle. Solo la notte, quando gli uomini docili si sono già rinchiusi nell'ovile del sonno e quei pochissimi temerari della riflessione sono ancora svegli, può rappresentare lo scenario appropriato per l'inverosimile.
L'uomo appariva circondato da un alone di luce la cui peculiarità rendeva impossibile pensare che fosse il frutto del riflesso di quella dei lampioni o di quella ancor più fioca della Luna. Quella luce, infatti, sembrava emanare dal corpo stesso di quello strano uomo, quasi a simboleggiare la presenza di una stella in terra. Il suo volto aveva un'espressione che rappresentava una mistica sintesi di soavità e beatitudine, accentuata da un sorriso che non aveva nulla né della perfidia né della lussuria e neanche di quella sana gioia tipicamente umana. Era un sorriso che, insieme al resto del volto, testimoniava di un amore puramente spirituale.
Il suo "camminare" rappresentava un incedere che, di istante in istante, diventava sempre più frenetico, secondo un armonioso crescendo senza soluzione di continuità. Dalla sua bocca - ma, forse, sarebbe meglio dire dalla sua anima - si udiva un'esclamazione che rappresentava la duplicazione di un'unica frase: 'voglio il mare! .....voglio il mare!'
Al misticismo generale di quella figura, si aggiungeva il mistico sincronismo tra il crescendo del suo frenetico incedere e l'incalzare del ritmo di quella sua esclamazione che, ad ogni reiterazione, vedeva diminuire l'intervallo con quella successiva.
Per rendere la scena approssimativamente simile a ciò che è terreno, come ho promesso di fare, la potrei paragonare a quella che si vede a proposito di una tartaruga di mare che, dopo essere stata tenuta in cura per mesi in un laboratorio, viene liberata su una spiaggia. La tartaruga comincia a camminare verso il mare con movimenti che diventano sempre più frenetici all'approssimarsi della riva. Questo mio paragone è ancora più appropriato se si pensa che anche quell'uomo si dirigeva inesorabilmente verso il mare.
Man mano che quell'insolita e mistica figura avanzava, con tutto il suo "armamentario" di stranezze e inverosimiglianze, veniva intravisto dalle pochissime anime terrene che ancora popolavano la notte che si andava facendo sempre più fonda, senza che destasse in loro paura, nonostante l'ora fosse propizia a cose tutt'altro che mistiche. Coloro che lo guardavano in volto, venivano invece rapiti da quello sguardo che si avvicinava così tanto alla beatitudine celeste da sembrare ai loro occhi una vera e propria apparizione divina. Il suo sorriso soave, la sua espressione di gratitudine per qualcosa che trascende l'insipiente natura umana, faceva sorgere un sentimento di gioia indefinibile in colui che lo guardava che, a sua volta, finiva col rimandare quello stesso senso di beatitudine, come la luna rimanda la luce originale del sole. In questo modo si creava una sorta di "effetto domino della beatitudine", che si propagava di uomo in uomo, di sguardo in sguardo, ciascuno attingendolo da colui che ne era stato colpito prima.
Arrivato in prossimità di Piazza del Plebiscito, mentre lo spazio intorno all'uomo si apriva, come si apre la via della virtù e della vera sapienza a chi si pone nelle mani dell'assoluto, quella esclamazione dello strano quanto beato individuo, che, nel frattempo, era diventata ancor più incalzante, cominciava ad echeggiare da un capo all'altro della piazza, rimandando un suono maestoso e guerriero quando rimbalzava sulle pareti di Palazzo Reale e uno profondamente celestiale dopo aver colpito il porticato della Basilica di San Francesco di Paola. Complice l'aspetto e la conseguente acustica da anfiteatro greco offerto da Piazza del Plebiscito, quella voce inizialmente solitaria si ramificava, man mano, in una vera e propria polifonia di suoni, al punto da dare l'impressione di essere stati catapultati improvvisamente a migliaia di anni nel passato, nel bel mezzo del coro di una tragedia eschilea. Persino due cavalli, insieme ai carabinieri che li montavano, interrompevano il loro trotterellare rimanendo così fermi nella loro contemplazione da sembrare essersi tramutati in due statue.
Quella sensazione che definire meravigliosa sarebbe eufemistico come lo sarebbero tutte le parole che riuscissi a trovare, è durata pochissimo tempo umano al confronto con l'eternità che essa aveva richiamato. L'incedere sempre più frenetico dell'uomo lo aveva già portato, infatti, in pochi secondi, all'imbocco di via Cesario Console, mentre il suo sguardo, già improntato alla beatitudine e alla gioia prima, era ormai approdato alla pura felicità alla vista del mare che emergeva dal buio come una maestosa divinità di fronte alle piccolezze delle creazioni umane. E non mi soffermo sul suo camminare che sembrava essere diventato quello di un motore a cilindri contrapposti. In quell'ultimo tratto che lo separava dalla sua "esclamante" aspirazione, lo strano individuo si rendeva protagonista di un'ultima stranezza. Cominciava, infatti, a spogliarsi delle sue impurità terrene (i suoi abiti); prima le scarpe, poi la camicia, poi i pantaloni, scegliendo però di rimanere con le mutande quasi come un ultimo atto di sublime pudore prima del suo abbandonarsi alla maestà.
Attraversato il breve tratto di strada che lo portava al muretto di cinta di Mergellina, sotto lo sguardo attonito di due turisti inglesi che avevano interrotto all'unisono il loro leccare il gelato appena comprato, l'uomo lo scavalcava e, arrivato sugli scogli, si gettava in mare. Ripresisi dalla shock procurato da quella scena che, per la loro natura anglosassone, i due turisti avevano interpretato tutt'altro che come fatto mistico (e questa è stata la fortuna dello strano individuo!) ma, più prosaicamente, come pazzia, si tuffavano in mare per riportare alla riva di Napoli, se non a quella della ragione, lo strano individuo.
Una volta portato sugli scogli, dopo un breve momento di appannamento di quel misticismo che lo aveva caratterizzato per tutta la notte, l'uomo, ripresi i sensi, tornava ad esclamare: "voglio il mare! ....voglio il mare!"

Per chi non lo sapesse o ancora non l'avesse capito, si trattava di Gianni Ambrosino che aveva appena finito di intervistare Silvio Berlusconi.

Giuseppe Albano






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