martedì 19 maggio 2015

Scommesse sul calcio dilettantistico: altro patto stato-mafie



Quando, alcuni mesi fa, venni a conoscenza della decisione dello stato italiano, attraverso la sua ramificazione sportiva, di allargare il mondo delle scommesse anche ai dilettanti, esclamai, dentro me, che mi trovavo di fronte ad un nuovo patto tra lo stato e le mafie, dopo i tanti già scoperti recentemente come, ad esempio, quello che ha permesso, per mezzo secolo, il sotterramento di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi nelle ricche e meravigliose terre della Campania, allo scopo di alleggerire i costi che uno smaltimento legale avrebbe comportato per le aziende del nord. Si sa che la camorra offre allo stato formule economiche convenienti per svolgere varie faccende, non dovendo fare i conti con lo stato stesso e le sue leggi!

Quando, oggi, ho saputo della rituale inchiesta, con l'altrettanto rituale retata che la accompagna in questi casi, sul calcioscommesse, che ha portato ad individuare un'associazione a delinquere finalizzata all'accumulazione di danaro attraverso l'aggiustamento di partite delle serie dilettantistiche, non ho avuto, come mi sta capitando sempre più spesso, un senso di soddisfazione, ma, al contrario, di frustrazione.
Questo evento, infatti, mi è apparso non tanto la rottura di un circuito vizioso ed illegale che si va sempre più insinuando nel mondo del calcio quanto, piuttosto, il naturale sbocco di una trama già scritta. Non mi sembra, cioè, che queste inchieste abbiano il potere di porre fine ad un sistema di corruzione ma che esse ne rappresentino una delle componenti necessarie e calcolate. Non intendo manifestare il sospetto che gli inquirenti - giudici, carabinieri e polizia - non siano onestamente impegnati in un'autentica lotta alla criminalità, ma che essi facciano parte inconsapevolmente quanto irrilevantemente di un gioco più grande di loro. Queste inchieste, in sostanza, mi appaiono come la quota - visto che parliamo di scommesse - che bisogna pagare a quella parte sana dello stato che, nella sua minorità - da un punto di vista della forza, non del numero - non incide più di tanto sui guadagni generali. E' come una tassa che il sistema illegale deve riconoscere alla sua controparte legale. Volendo esprimermi con il linguaggio tipico del mondo delle scommesse, la parte legalitaria che i mafiosi di stato sono tenuti a considerare, nel gioco della generale corruzione, è quotata in maniera bassa e la sua eventuale "vittoria" non incide minimamente sulle entrate generali. Statisticamente siamo intorno ad un 5%.
Ciò che istintivamente mi urta ma che, nello stesso tempo, mi torna sotto il profilo logico, è che, sebbene tutti avessero avvertito un qualcosa di losco in quella decisione e, sostanzialmente, avessero pensato e detto che tutto appariva come una facilitazione per le organizzazioni criminali nel loro approccio al mondo delle scommesse, nessuna componente sociale ritenne necessario protestare seriamente per quella ennesima e palese concessione alla criminalità. Nessuna iniziativa politica, sindacale, studentesca, di associazioni di calciatori e così via.
Tutto mi torna perché tutto mi appare una trama già scritta, nella generale assuefazione di un popolo alla corruzione.

Giuseppe Albano









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