martedì 2 giugno 2015

Bruno Pesaola, un uomo con la maglia azzurra


L'immensa quanto leggera figura umana di Pesaola si staglia sullo sfondo del mondo calcistico a rappresentare un'icona di quella cultura calcistica che sta sbiadendo agli occhi dell'insipienza contemporanea, così come tutto ciò che porti il segno della vitalità.
Rispetto a quel disumanizzante ed insipido "conta solo la maglia", la storia e il ricordo del Petisso rappresentano contestualmente un'obiezione e una grande lezione di autentica umanità. Temo, tuttavia, che esse avranno una durata breve in questo nostro scenario retoricamente già predefinito, scandito dai tempi e dagli spazi accordati da quella generale ipocrisia tipica di un mondo diventato alienato.

Chiedo a quegli insipienti di oggi che cosa sarebbe stata la storia del calcio Napoli senza la presenza profondamente umana di Bruno Pesaola. Così come potrei chiedere che cosa sarebbe l'intera storia umana senza gli uomini, ma mi astengo dal farlo per non cadere nel paradosso. Quegli ignari del mondo e di tutte le cose non sanno che il loro anteporre la cosiddetta maglia agli uomini che la indossano sono vittime di un'idea del mondo tipicamente mercantilistica secondo cui contano solo i marchi e i prodotti e non le persone che ne usufruiscono. Sono arrivati ad un tale punto di alienazione da cadere senza riserve in quell'abisso paradossale sul cui orlo io mi sono appena fermato. E il mio era solo un paradosso dialettico, il loro, invece, è un "paradosso reale".
Come dice De Gregori: "la storia siamo noi, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo". E sono stati gli uomini in carne ed ossa a segnare la storia del Napoli, a darle un senso, a darle un valore, a darle l'esistenza stessa. La storia del Napoli e quella dei loro uomini rappresentano dunque la stessa cosa. E non mi riferisco, come altrettanto retoricamente ed ipocritamente fanno quegli stessi alienati di prima, solo alle figure calcistiche di un certo spessore, come Maradona, krol e altri campioni, ma a tutti quelli che hanno portato la nostra maglia azzurra, perché essi hanno pari dignità dei primi, così come, nella più generale storia umana, i più umili hanno la stessa dignità di quelli più conosciuti, se non maggiore. Sotto quell'abitudine di ricordare solo i miti agisce, infatti, con tutto il suo armamentario di retorica ed ipocrisia, quella stessa sottocultura disumanizzante a cui ho fatto riferimento prima.
Ritornando, dopo questo breve giro nell'insipienza di oggi, all'autentica umanità di Bruno Pesaola, mi verrebbe da chiedere, ancora, quanto senso sarebbe mancato nel bilancio della storia del Napoli senza di essa. Senza quella ironia, a tratti di spessore letterario, quel modo serio ma nello stesso tempo leggero di affrontare la professione di calciatore e, soprattutto, di allenatore, in definitiva, senza Bruno Pesaola, la nostra vita di appassionati di calcio avrebbe avuto molto meno significato di quanto ne avrebbe avuto se non avessimo conquistato quegli unici due scudetti di cui tanto ci gloriamo. E, in tal senso, a dimostrazione di quanto sia poco retorica questa mia ultima affermazione, ci sono proprio le parole del grande Petisso sul suo scudetto personale vinto con la Fiorentina quando affermava che, nel giorno di quel trionfo, la sua gioia aveva un retrogusto amaro per il fatto di non averla potuta condividere con quella che riteneva essere la sua gente, di non averla potuta vivere con noi, come sarebbe stato se quello scudetto lo avesse vinto con il Napoli.
Quest'ultima da me ricordata è stata la più grande delle lezioni umane che un maestro di vita come Pesaola ci potesse lasciare. Ora, sta solo a noi farla fruttare.

Giuseppe Albano

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