martedì 23 giugno 2015

Il giornalista condottiero


Mi chiedo se sia diventato così difficile fare il giornalista in quest'epoca, alludendo a quella sempre più palese incapacità di adeguarsi all'elemento che maggiormente caratterizza questa professione, se non a rappresentare un tutt'uno con essa, ovvero la capacità d'analisi.
Cresce sempre più il numero di quei giornalisti, sulla scia invero di una tendenza generale, che partono, in merito ad una determinata questione, da un assioma generale da cui fanno derivare le proprie deduzioni su tutti gli accadimenti. In merito alle vicende del calcio Napoli, dalle quali ho preso spunto per questo mio scritto, noto il radicarsi di posizioni precostituite, per non parlare di veri e propri pregiudizi, che inducono tanti soggetti, di fronte alle varie vicende che richiederebbero specifiche chiavi interpretative, a fare delle autentiche acrobazie dialettiche allo scopo di rendere i tratti di quelle vicende stesse il più conformi possibile ai loro teoremi di partenza. Quelli, ad esempio, che partono dall'assioma che De Laurentiis sia un semplice amministratore di risorse e con scarse capacità imprenditoriali - premessa che potrebbe anche essere stata induttivamente e con un certo grado d'approssimazione al vero determinata da un modo di fare del presidente -, finiscono per collocare nel calderone dell'immobilismo economico-finanziario anche quelle iniziative che vanno palesemente in un altro senso. La cosa inversa accade, invece, in merito a coloro che partono dalla premessa opposta. Potrei fare tanti esempi simili a questo parlando di calciatori, allenatori e così via.
Siccome parto sempre dal presupposto - e, in questo caso, il presupposto è doveroso ed ineludibile perché non può essere riducibile a qualche altro più semplice - che ogni scelta umana sia determinata da una qualche motivazione, a maggior ragione per quel tipo che si radicalizza in una vera e propria moda, ho cercato di individuare la causa alla base di tale comportamento pregiudiziale e scarsamente analitico, quindi poco giornalistico.
Il miglior modo per farlo è quello di analizzare i comportamenti più caratterizzanti che accompagnano questo modo di porsi. La prima cosa che mi è saltata agli occhi è un parlare in modo quasi profetico, come se si stessero dettando delle leggi già conosciute piuttosto che individuare i processi reali attraverso il ragionamento. C'è, in sostanza, un modo di atteggiarsi, in questi giornalisti, che li fa assomigliare più a dei predicatori che a degli scienziati. Usano un linguaggio che, in un modo o nell'altro, tende a stupire, ad ipnotizzare i propri interlocutori e, nel contempo, a radunare un numero di sostenitori che tendenzialmente si mostri incline a quell'idea di partenza. Sembra quasi, insomma, che si voglia creare un esercito di soldati, di uomini di fede, piuttosto che una schiera di liberi pensatori. Si vedono così, su un ideale campo di battaglia, tanti battaglioni pronti a combattere per il proprio credo e a sparasi l'uno sull'altro senza tregua.
L'incomunicabilità sembra essere l'ordine precostituito, se non il disordine precostituito!
Ma perché questa radicalizzazione, questo auto-lottizzarsi in una pluralità di partiti del pensiero?!
Io penso che la ragione fondamentale, che ha accentuato, peraltro, un modo di fare proprio dell'uomo comune già preesistente, risieda nella "socializzazione" del mondo mediatico, in quel rapporto di interlocuzione diretta che intercorre, nell'epoca di internet, tra la figura del giornalista e i suoi lettori. Una volta il giornalista si trovava negli stessi panni dello scrittore, nel senso che la sua opera (articolo, editoriale), attraverso il mezzo della stampa o della televisione, arrivava ai fruitori come un prodotto finito sul quale essi potevano esercitare, a loro volta, il proprio senso critico. Non vi era un rapporto diretto tra professionista ed utente. Il giornalista scriveva o parlava e il lettore o spettatore giudicava. Vi erano, in un certo senso, due momenti di critica (di analisi): quello dell'ideatore del pezzo e quello del suo fruitore. In quest'epoca di radicalizzazione della mediaticità in cui giornalisti e fruitori sono a contatto diretto, al punto che, a volte, uno spettatore esterno potrebbe non capire chi sia l'uno e chi l'altro o dove cominci la critica e dove finisca l'assenso, molti giornalisti hanno cominciato a produrre le proprie idee più in base alla ricerca dell'assenso che a quello della verità. L'elemento più grave - e, per certi versi, grottesco - è che proprio quei giornalisti che mantengono "fede" alla propria idea senza lasciarsi trasportare dalle tendenze opposte, cercano di arrivare ugualmente a quell'effimero consenso-assenso attraverso la radicalizzazione del proprio pensiero, trasformandolo da doverosa analisi a "credo partitico". In sostanza, quell'abbandono dell'analisi non arriva solo da quei mediocri professionisti che per loro natura sono propensi all'assecondare, ma anche da quelli che fanno della critica la loro arma prediletta. Il vortice del rapporto diretto giornalista-lettore ha trasformato il giornalista in un politico e il lettore in un elettore. Tutti quelli che non mantengono fede ai dettami del partito che si è messo su vengono visti istintivamente come dei traditori o degli eretici; e questo esercizio si attua sia dall'alto (dal giornalista) sia dal basso (tra i sostenitori). I più buonisti tra i professionisti della parola esercitano tale disprezzo con una condotta più sobriamente ed educatamente vicina allo snobismo e all'indifferenza. Come si vede, si tratta, tutto sommato, solo di diversi approcci dovuti a specifiche tendenze caratteriali.
Mentre in passato personaggi del calibro di Gianni Brera e Gino Palumbo inducevano, attraverso le loro potenti prese di posizione, ad una radicalizzazione degli schieramenti di un'opinione pubblica non all'altezza di quei pensieri ed incapace di una mediazione intellettuale, oggi abbiamo dei giornalisti che inducono preventivamente ad una radicalizzazione all'interno dell'opinione pubblica per rendere più forti e plausibili i loro pareri. Si è così resa più "forte" l'opinione pubblica e più debole il pensiero intellettuale, con un bilancio tremendamente in passivo, però; da un lato non si è fatto crescere il livello dei lettori medi - che è rimasto sugli stessi standard di prima - ma solo la necessità del loro consenso-assenso e, dall'altro, si è ridotto il livello della capacità critica del giornalismo. Da due esercizi di critica, si è passati a due momenti di fede; l'intelletto ha abbandonato il campo a favore della passione; l'analisi ha abdicato per la sorellastra apologia; l'aristocrazia ha fatto posto al populismo.
In sostanza, in passato si partiva da posizioni gerarchiche che potevano indurre ad una speranza di democraticità; oggi si parte da una conclamata democrazia per arrivare ad un'irrimediabile demagogia.


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