giovedì 18 giugno 2015

Per una pace tra Umberto Chiariello, Carlo Alvino e Paolo Del Genio


Non so cosa Umberto Chiariello abbia fatto a Carlo Alvino e Paolo Del Genio; non so cosa Carlo Alvino e Paolo Del Genio abbiano fatto ad Umberto Chiariello; so solo quello che questi tre hanno fatto a me: come direbbe Immanuel Kant, nella sua Critica della ragion pura, 'na uallera a pizzaiuola!
Non se ne può più di questa diatriba mediatica alla quale, peraltro, si sono accodati tanti tifosi, spartendosi secondo una sterile faziosità che ricorda la politichetta italiana. Evidentemente, quello di noi italiani, è proprio un vizio!

Io voglio bene a tutti e tre questi professionisti; è con loro che la mia passione per il Napoli, nata precedentemente, si è sviluppata ed affinata e vorrei che la loro rivalità rientrasse nei nobili ranghi della discussione intellettualistica abbandonando le paludi popolane dei litigi tra vasciaiole!
Sono convinto che questo mio scritto possa contribuire ad una chiarificazione.

Anche questa fatua ed inutile faida giornalistica che vede protagonisti alcuni giornalisti di spessore come Umberto Chiariello, Carlo Alvino e Paolo Del Genio rientra, a mio parere, in quella cattiva eredità lasciataci da Benitez.
E' vero che è tipico di un grande uomo il dividere la platea in favorevoli e contrari relativamente alle sue forti idee e convinzioni, tracciare fondamentalmente due tendenze radicalmente e culturalmente opposte, ma il tipo di dibattito che ne consegue risulta proficuamente improntato a discussioni di alto profilo conformemente al valore di quelle stesse idee da cui si sono sviluppate. Le sterili e chiassose diatribe, fondate unicamente su aspetti meramente formali, come il contendersi la priorità su una qualche previsione o l'accusarsi a vicenda di non volere il vero bene del Napoli, dimostrano ampiamente come Benitez abbia riempito di pura millanteria la nostra proverbiale attesa di un neo Masaniello calcistico e determinato, conseguentemente, una sorta di vuoto d'aria opinionistico dopo l'inevitabile disillusione che abbiamo provato nello scoprire di trovarci di fronte ad un uomo assolutamente nella media, per non dire mediocrità.
L'arrivo dello spagnolo a Napoli aveva acceso tante aspettative non solo sul piano dei possibili traguardi da raggiungere ma soprattutto per quella grande rivoluzione calcistica che era stata annunciata. Una rivoluzione che avrebbe scardinato tanto le nostre anguste visioni tattiche quanto i nostri orizzonti sportivi, culturali e, persino, umani. Quando, col passare del tempo, ci si è inevitabilmente accorti di trovarsi di fronte, nel migliore dei casi, ad un reazionario o, nel peggiore, ad uno stereotipo ben conosciuto ma ammantato di peculiarità anglosassoni, furore cosmopolitico e classe sopraffina, ci siamo sentiti spiazzati e, ciascuno di noi, a secondo della propria indole, ha reagito in maniera diversa. Queste reazioni si sono orientate fondamentalmente in due tendenze - e non di più - perché, come dice Jung, due sono sostanzialmente i tipi psicologici in cui noi umani ci dividiamo: introversi ed estroversi. Io, molto modestamente, non mi azzarderò a supporre in quale di quelle due categorie psicologiche siano da inserire Umberto Chiariello, Carlo Alvino e Paolo Del Genio, mi limiterò ad evidenziarne gli elementi psicologici alla base delle loro diverse reazioni di fronte alla disillusione Benitez. Di fronte ad una disillusione c'è chi reagisce in maniera conservativa e chi, invece, in modo rivoluzionario. E' evidente che Carlo Alvino e Paolo Del Genio appartengano al primo atteggiamento e Umberto Chiariello al secondo. Tutti e tre hanno agito (reagito) per tutelare il proprio equilibrio intellettuale - da non confondersi con l'abituale egoismo - ed anche per il bene di quel Napoli che pure rientra nel loro equilibrio di uomini e professionisti della parola.
Tutti e tre i giornalisti, ad un certo punto, si sono accorti di quella mera mistificazione in atto, di un gioco delle tre carte che non avrebbe portato a vincere nessuno di loro (oltre che il Napoli) e, nello stato di agitazione dovuto a quella spiazzante scoperta, ovvero, di aver investito se stessi sul nulla, hanno cercato di difendersi.
Non è da escludere, ad esempio, che Carlo Alvino e Paolo Del Genio abbiano ragione nel supporre che Umberto Chiariello, durante un determinato periodo della stagione, abbia sperato che il Napoli non andasse bene, ma sbagliano nella loro convinzione che questo sia riconducibile al banale desiderio di poter gridare "io l'avevo detto". Se anche quest'ultimo pensiero fosse balenato nella testa di Chiariello, fino a convincerlo della validità del motivo e della unicità dello stesso, questo sarebbe stato solo per una errata interpretazione di se stesso. Il motivo vero, invece, sarebbe stato la difesa del proprio equilibrio intellettuale e del Napoli. Non è inusuale, infatti, che, quando si è convinti, relativamente ad una realtà alla quale si tiene, di essere di fronte ad uno scenario che non promette buoni sviluppi, per il bene di essa si preferisca un'accelerazione in senso negativo di quel momento allo scopo di raggiungere nel minor tempo possibile uno stato di chiarezza dal quale ripartire con maggior forza e prospettive.
Carlo Alvino e Paolo Del Genio, invece, appartengono a quella categoria che, pur di fronte all'inesorabile, tentano, da autentici condottieri, di salvare il salvabile, auspicando con tutte le loro forze di raddrizzare la situazione. Il loro è un atteggiamento certamente degno di lode e di grande dignità umana, ma, anche in questo caso commetterebbero un errore se pensassero di essere superiori a Chiariello nella passione per il Napoli o, comunque, di essere più produttivi per il Napoli stesso. Faccio un esempio molto chiarificatore a tal proposito. Come ho avuto già modo di dire in altre occasioni, Paolo Del Genio, nelle ultime settimane di Dicembre scorso, pur di salvare quel salvabile a cui ho appena fatto riferimento, era disposto a veder cedere Marek Hamsik e, addirittura, nel frettoloso mercato di riparazione di Gennaio. Paolo Del Genio, dunque, avrebbe voluto il "sacrificio" calcistico e, soprattutto, umano, di colui che rappresenta il simbolo della storia del Napoli nell'era contemporanea. Cedere Hamsik avrebbe rappresentato un errore strategico abissale, che avrebbe tolto moltissimo al Napoli, tecnicamente e storicamente; eppure, per salvaguardare Benitez, Paolo Del Genio sarebbe stato disposto ad accettare di vederlo andar via come uno qualunque ed in fretta e furia, come si fa in merito a qualcosa di inutile o di cui ci si vergogna. Tutto ciò a dimostrazione che l'atteggiamento conservativo è solo apparentemente più produttivo per la realtà che si vuole difendere. La verità, in questo secondo caso come per il primo, è che si cerca inconsciamente di tutelare se stessi, le energie che si sono investite in un progetto (uomo Benitez) nel quale si credeva tanto e che il riconoscerlo come fatuo determina uno squilibrio psichico al quale bisogna pur reagire.
Umberto Chiariello, a sua volta, incorre nell'errore di pensare di essere intellettualmente superiore agli altri due partendo dal presupposto che uno spirito critico sia preferibile ad un'atteggiamento meramente passionale. Egli non si è accorto che il suo eccesso di reattività lo ha portato, in alcuni casi, a trasformare quello spirito critico in mero spirito di contraddizione, "ondivagando", come lui stesso ha sottolineato, da una sponda all'altra e, paradossalmente, a diventare più conservativo di Carlo Alvino e Paolo Del Genio, nel senso però di conservare più l'autenticità della propria opinione certamente di notevole spessore. Allo stesso modo, Carlo Alvino, uomo notevolmente ironico, ha sacrificato spesse volte questa sua virtù ad atteggiamenti di "cattiveria" verbale contro colleghi o telespettatori. E Paolo Del Genio, ineguagliabile come giornalista tattico e di campo, si è trincerato dietro un atteggiamento attendista pieno di paure e fibrillazioni che lo hanno portato a perdere le coordinate del gioco, arrivando, anche recentemente, ad assolutizzare delle statistiche che, non inserite in un contesto più ampio, danno una visione distorta della realtà.
Da tutto ciò consegue anche quella sterile diatriba che si è venuta a creare tra i menzionati "tipi psicologici" giornalistici, ciascuno dei quali vede nell'altro un pericolo per la propria stabilità intellettuale e per la sopravvivenza del Napoli.
Tutti hanno perso di vista il vero motivo da cui è scaturito questo vuoto intellettualistico e lo scadere in sterili diatribe: la mistificazione intellettuale della figura di Benitez.
Anche su quest'ultimo aspetto, Chiariello potrebbe vantare una priorità di veduta, avendo egli messo in evidenza in tempi precoci questa mistificazione. Ma egli si è limitato al contorno tattico e tecnico della questione e non al contenuto umano che solo recentemente gli si è palesato.
E' una diatriba, dunque, quella in atto, contro dei propri fantasmi, vecchie chimere fatte indossare ad un corpo che di opulento aveva solo la propria mole. E, credetemi, liberarsi del nulla è molto difficile; richiede uno sforzo filosofico di notevole spessore!

Giuseppe Albano


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