venerdì 25 maggio 2018

DELLANSTONE, SARROW ...E MISTER EYEBROW


Era una giornata come tante. Il primo sole primaverile batteva sui corpi degli abitanti di Neapolis già rilassati e abbandonati alla più piacevole delle stagioni. Le porte del saloon più frequentato e abbandonato della città (contraddizione nel solco della sua quotidianità) si inseguivano, nel loro essere spinte dal vento, come due parti di un orchestra nel mezzo di una fuga. Come potessero non muoversi all'unisono, era un mistero su cui nessuno avrebbe avuto la voglia di indagare in quel momento. Quel giorno, d'altra parte, tutto appariva come dopo i postumi di una grande ubriacatura. Non solo gli uomini, sprofondati nelle loro sedie e con le teste nascoste nei cappelli, ma anche tutto il resto: i muri delle case ammorbiditi nei vapori della calura, i pochi cani randagi addormentati, la polvere che, di tanto in tanto, si alzava appena sopra la superfice, i gatti che denotavano una poco felina assenza di accortezza, come fossero certi di non incorrere in alcun imprevisto; ogni cosa si manifestava come una attenuazione, una versione a regime ridotto di come si sarebbe presentata nella  normalità; una sorta di momento di sospensione generale. Quel poco di dinamicità sopravvissuta era appena sufficiente da essere utilizzata per cercare il primo posto utile in cui abbandonarsi al sonno. Tutto era, come si direbbe nella vostra epoca, in stand by. Persino il grande orologio che campeggiava sulla parete del bar pareva aver attutito i propri rintocchi, come a testimoniare che il tempo, in fondo, sia dettato più dalle vicende umane che da se stesso; e vicende umane, in quel momento, non sembravano esserci se non nei sogni di quegli uomini addormentati.
Solo una cosa stonava - se è lecito usare un'espressione del genere in un luogo silenzioso - con tutto l'andamento generale. Era un intercalare pronunciato ritmicamente che, se non fosse stato per l'assenza palese di altri suoni, si sarebbe potuto dire fosse in sincrono con qualcosa. Si trattava della parola - o, meglio, dell'espressione - "fuck!", proveniente da un uomo che sembrava pronunciarla più con l'anima che con la bocca, tanto serrate erano le sue labbra quando la emetteva.
Incuriosito da quell'evento, che già in una giornata dinamica avrebbe potuto attirare la mia attenzione, figuriamoci in quel momento di stasi esistenziale, mi avvicinai a quell'uomo per carpire il suo segreto con la scusa di offrigli da bere, approfittando del fatto che ingurgitava bicchierini di whisky a ripetizione. Mi sedetti di fronte a lui senza chiedergli il permesso, come era d'uso fare con gli uomini di quel tipo, dalla natura aspra e dura, che mal sopportano i gesti educati, interpretandoli come inutili atti retorici, falsi e femminei. Adesso che potevo guardarlo con una certa continuità, mi accorsi che quella ritmicità del suo "fuck!" non era un evento a sé, ma in sincronia con il suo bere. Ogni "fuck!", infatti, seguiva un sorso di whisky, con una cadenza tanto regolare da fare invidia ai migliori orologi. Mi restava solo da intuire il terzo elemento, un pensiero ossessivo che certamente doveva dare vita e senso a quel rituale. Sapevo che se fossi arrivato a quella matrice, avrei soddisfatto non solo una momentanea curiosità ma quella mia più generale fisima di voler vedere le cose accadere sempre secondo un senso logico.
"Amico, posso offrirti da bere?!" - gli chiesi facendomi coraggio -
"Potresti offrire qualcosa di più sensato ad un uomo disperato?!" - mi rispose lui, mostrando una certa logica che soddisfece subito la mia natura.
"E' vero - ripresi io - ad un uomo disperato non si può che offrire da bere; si sa che un uomo quando si arrischia in una impresa vuole arrivare fino al fondo di essa; ed io ti aiuterò a sprofondare".
"Mi parli come un certo Bukowski ... - mi ribattè - sebbene tu non ne abbia proprio la faccia ...la tua faccia mi ricorda più ..." -
A quel punto lo interruppi perché, memore del suo intercalare, già avevo capito con cosa volesse paragonare il mio viso. Avevo finalmente capito chi mi trovavo di fronte. Non mi era stato difficile comporre il puzzle: «fuck!»; «sincronia di movimenti»; «ripetitività»; «logica da ragioniere»; «Bukowski». Non poteva che essere lui, il vecchio Sarrow, il banchiere della città di Neapolis, misteriosamente scomparso nei giorni di subbuglio che avevano preceduto quel momento di rilassatezza ed abbandono generale da cui ha preso inizio questo mio racconto.
Si trattava dell'ennesima vittima di Dellanstone, lo sceriffo di Neapolis, noto per la velocità della sua pistola, per la maestria nel suo giocare a poker e soprattutto per un inequivocabile sorriso beffardo stampato sul suo viso, persino quando non rideva affatto.
Cosa era successo in quei giorni, cosa aveva indotto Sarrow a sparire dalla circolazione fino a riapparire come un'icona di se stesso, come una strana sintesi ritmica del suo modo di essere, come il burattino di quello che era stato un uomo capace di dare un senso logico ad una realtà, quella di Neapolis, nota per la sua sregolatezza?! ... To be continued

Giuseppe Albano

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